Il villaggio
Il villaggio

Il villaggio

Il villaggio di Ivan Alekseevič Bunin, edizioni Il Corbaccio

Il villaggioTikhon e Kuzma Krasov vivono in un villaggio di campagna nella Russia zarista del 1905, una Russia percorsa dai venti della rivoluzione prossima ventura. Ma gli echi che giungono nel villaggio sono flebili e smorzati e tutto continua a scorrere come sempre. I due fratelli hanno caratteri diversi, Tikhon è riuscito ad arricchirsi facendo il mercante, come il padre, e ha comprato una tenuta; Kuzma ha un qualche talento per la scrittura ma un’indole pigra. Se al primo manca un figlio, al secondo manca la forza di emergere e affoga la disperazione nell’alcol. Quella che Bunin tratteggia e la società rurale russa dei primi del Novecento, arretrata, immersa nella miseria e nell’analfabetismo, appena uscita dalla piaga secolare della servitù della gleba. Il nonno stesso dei due protagonisti era stato liberato dalla schiavitù mentre il padre che era un piccolo mercante aveva lasciato in eredità ai figli una botteguccia.

Il villaggio come metafora

Ma il villaggio per Bunin è una grande metafora del suo paese.

“La Russia, tutta la Russia, non è che un villaggio.”

Un luogo sempre eguale, dove il tempo sembra essersi fermato. Le misere condizioni dei contadini e delle loro famiglie sono descritte in modo realisticamente crudo. Gli abiti stracciati, l’alcolismo, la sporcizia per le vie, il fango, il letame prendono forma concreta davanti agli occhi del lettore. Per alcuni aspetti le descrizioni ricordano le poesie di Esenin, in particolare “Le confessioni di un teppista” del 1920, resa celebre da Angelo Branduardi che l’ha usata come testo per una delle sue canzoni più famose.

Se Gogol‘ giocava con l’ironia nel descrivere l’umanità del suo tempo, Bunin sceglie un realismo impietoso che non lascia spazio all’immaginazione: gli odori forti, le vesti consunte e sporche, gli acciacchi, gli arti deformi sono ritratti con minuzia e sembrano quasi un dipinto.

Lo scorrere immutabile del tempo

E mentre tutto scorre sempre eguale serpeggiano le prime idee rivoluzionarie, incomprensibili, distanti dalla mentalità contadina, lussi stravaganti da cittadini.

“Non ci si capiva niente: tutti parlavano di rivoluzione. Rivoluzione, ma a guardarsi intorno era sempre la stessa vita, la stessa storia, il sole splendeva, sui campi fioriva la segale, le teleghe si seguivano l’una dietro l’altra verso la stazione.”

I personaggi che popolano il villaggio sono i contadini, i piccoli borghesi, i monaci, i mendicanti, tutti accomunati da uno stile di vita essenziale dove il samovar, le pareti in mattoni e un tetto sopra la testa sono un lusso.

E poi c’è la natura fatta di giornate nebbiose, di temporali improvvisi, di neve che cade copiosa durante una bufera. Le betulle e i tigli, le isbe con le stufe e l’angolo rosso delle icone sono lo specchio di un tempo così lontano eppure così vicino di una Russia che non è già più Occidente ma non è ancora Oriente, per questo forse per molti difficile da comprendere e da accettare.