Vetro di Giuseppe Furno, Longanesi editore
Ci troviamo a Venezia nel 1569 e un terribile incendio sconvolge la città. Il deposito di polveri dell’Arsenale salta in aria e devasta tutta l’area circostante. Andrea Loredan, secondo figlio del doge Loredan, si trova vicino alla zona dell’esplosione e subito si offre per aiutare i feriti. Anche il convento di san Francesco della Vigna è coinvolto nel disastro e Andrea riceve uno strano avvertimento dalla badessa morente: deve cercare la verità senza paura… Ma questo sarà solo il primo dei misteri in cui si imbatterà il giovane e coraggioso avvocato. Intrighi di palazzo, misteriosi omicidi, una setta che custodisce libri proibiti si intrecciano in una spy story storica. E naturalmente, sullo sfondo ma non troppo, una storia romantica che ha per protagonista il bell’Andrea.
Troppe pagine
Il libro è corposo, ma il numero di pagine non è sempre un pregio o un sinonimo di accuratezza. In questo caso il romanzo è semplicemente lungo. Tanto il romance quanto l’intrigo che sostiene la trama risultano forzati e poco verosimili. Anche Venezia risulta un bel palcoscenico ma non trasmette le vibrazioni di un luogo reale.
Le frasi in dialetto che spuntano qua e là sanno più di veneto che di veneziano e ho delle perplessità in particolare sulla loro aderenza al veneziano del 1500. In un romanzo storico forse sarebbe stato meglio evitare.
Ho inoltre qualche dubbio che le autopsie nel 1500 avvenissero per scoprire le cause della morte in sospetti casi di omicidio…
I personaggi rientrano nei canoni classici: Andrea l’eroe a tutto tondo, pronto a difendere i deboli e a sacrificare la vita per amore e giustizia, la bella Sofia fiera donna del popolo, la Badessa e i segreti che custodisce, il mercante misterioso… Nessuno però spicca per profondità, per solida caratterizzazione psicologica.
L’impressione è che tutto resti in superficie: personaggi, storia, Venezia.
Per calli e campielli
Su Venezia poi sono particolarmente suscettibile. È la mia città e ne ho percorso le calli, anche le più nascoste, migliaia di volte, ne ho respirato l’aria, studiato la storia, l’arte, la cultura. Per non parlare del vetro di Murano, arte millenaria e complessa, tesoro segreto dell’economia lagunare. Il ritratto che affiora del centro della Serenissima è freddo, non riesce a trasmettere le emozioni di una città che è silenzio e acqua, è luce di un campo e ombra improvvisa di una calle, è uno stato d’animo ineffabile. O meglio, questo era prima di essere invasa dai turisti cavallette.
Nel 1500 Venezia poi era altro. C’era lo sfarzo di alcuni palazzi e c’erano le case dei poveri diavoli, poco più che baracche. Difficile riconoscerla per un abitante moderno, grande e popolosa come mostra la celebre pianta del de’ Barbari, ma densa di contraddizioni.
Ricchezza e povertà convivevano come in ogni città rinascimentale e il concetto di repubblica moderna era molto distante dalla visione della Serenissima. Dal voto ristretto ai ceti più abbienti agli organi di governo in mano a poche famiglie, all’idea che comunque la ragion di stato e del denaro fossero le guide principali. L’idea di libertà che la contraddistingueva cadeva così talvolta in contraddizione con quello che tornava più utile e la denuncia di Giordano Bruno ne è un triste esempio…
