La bugia dell’orchidea di Donato Carrisi, Longanesi editore
Una strage in un casale, una scrittrice dal passato misterioso, una lettera con un ritaglio di giornale sono i primi indizi che trova il lettore.
Victoria Anthon è una scrittrice di successo che vive nell’ombra. Nessuno sa quale sia il suo aspetto perché non vuole comparire in pubblico.
Per non farsi scoprire cambia indirizzo di residenza ogni sei mesi. Nonostante tutte le sue precauzioni però qualcuno le invia una lettera con un ritaglio di giornale che tratta di una strage familiare avvenuta molti anni prima. Lorenzo ha sterminato la famiglia non si sa per quali strani motivi, probabilmente per un raptus inspiegabile. Il fatto di cronaca la incuriosisce tanto più che lei è solita partire proprio da fatti reali per imbastire le trame dei suoi romanzi. Decide quindi di volerne sapere di più e si reca a Nazareth, luogo dell’efferato delitto, per trovare notizie e capire cosa si nasconde nel casale rosso.
Nelle sue indagini si affianca al giornalista Alfredo che ha scritto gli articoli sui delitti e la cui firma compare nel ritaglio di giornale.
Riuscirà a scoprire le motivazioni di Lorenzo, ma soprattutto chi è davvero Victoria?
Una trama in loop
Il romanzo non riesce a decollare, resta fermo in un loop incentrato sui misteri del casale rosso che non sfocia in nessuna soluzione. Carrisi lascia libero il lettore di crearsi un finale a piacere, possibilmente incentrato sul paranormale.
L’idea del finale aperto potrebbe anche essere interessante se fosse sviluppata adeguatamente. Per dire, Italo Calvino era un maestro in questo senso. I suoi libri nei libri, pensiamo a Se una notte d’inverno un viaggiatore, o i suoi racconti dolci e amari senza fine di Marcovaldo sono un esempio alto di letteratura. Volendo passare invece a un qualcosa di più “basso”, mi vengono in mente gli X-Files la serie TV cult con Mulder e Scully dove i protagonisti sono sempre ironicamente in bilico tra la realtà e l’insondabile.
In questi esempi il lettore/spettatore è lasciato piacevolmente libero di propendere per una soluzione o un’altra e di proseguire la storia con la propria immaginazione e sensibilità.
Mancanze
In Carrisi tutto questo manca. Manca l’ironia, indispensabile in contesti simili. Manca la leggerezza sottesa alla finzione. L’eccesso nello stile dark e l’abbuffata di stereotipi del genere thriller-paranormale rendono la lettura noiosa con sfumature che virano al grottesco. Come già visto per la Canzone di Achille, l’uso smodato di elementi tipici di un genere rende il testo improbabile e trionfalmente Kitsch. Che poi a qualcuno tutto questo possa piacere e dare quello che Umberto Eco chiamava il brivido del lettore poco accorto, questa è tutta un’altra storia…
Nel complesso il libro non offre particolari attrattive e l’atmosfera cupa che lo percorre dall’inizio alla fine non ha un effettivo riscontro sull’evoluzione della trama, rimane un elemento fine a se stesso, inutilmente pervasivo e invasivo.
